La Parola: “Maestro, ti prego di volgere lo sguardo a mio figlio, perché è l'unico che ho”.
Il Commento.
Nel Vangelo, quel padre non sta solo chiedendo una guarigione corporale per il figlio tormentato; sta portando a Gesù il pezzo più prezioso e fragile della sua stessa esistenza. Dire «è l'unico che ho» significa esporre il proprio punto di totale vulnerabilità. Come scriveva don Angelo Casati, la preghiera autentica non comincia quando siamo a posto, ma quando gridiamo dalle nostre fessure, dalle nostre povertà.
In quel ragazzo c'è l'Isacco di questo padre: la promessa del futuro, il senso di tutta una vita, l'amore concentrato in un solo volto. È lo stesso dramma di Abramo sul monte Moria. Isacco non è semplicemente un figlio: è il figlio della promessa, l'impossibile reso possibile da Dio. Perdere Isacco significa per Abramo, umanamente, veder fallire la parola stessa di Dio.
Finché stringiamo Isacco tra le mani con il terrore di perderlo, lo trasformiamo in un idolo o in un prolungamento di noi stessi. Sacrificarlo significa consegnarlo a Dio, riconoscere che quella vita appartiene a un Altro. Ed è solo nel momento in cui Abramo molla la presa, nel puro "timore e tremore" della fede, che Isacco gli viene restituito per davvero, non più come un possesso, ma come un dono continuo. Consegnare l'Isacco della nostra vita (che sia un figlio, un progetto, una vocazione, una sicurezza materiale) non significa distruggerlo, ma metterlo al sicuro nelle mani del Padre.
Possiamo chiederci, con la stessa libertà dello Spirito che guidava il Cardinale Martini nelle sue cattedre dei non credenti: Qual è oggi il mio Isacco? Cos'è che stringo così forte da aver paura che Dio me lo chieda?
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Commenti
Buongiorno Don Gigi, bellissima riflessione e bellissima foto ricordo. Grazie buona giornata