La Parola: «E' in nome di Beelzebùl, capo dei demòni, che egli scaccia i demòni».
Il Commento.
Le etichette sono una scorciatoia dello sguardo: nascono dal desiderio di imbrigliare il mistero dell'altro per non doverlo ascoltare davvero. Quando dicono di Gesù che agisce in nome di Beelzebùl, le autorità del tempo non stanno descrivendo la realtà, ma stanno difendendo le proprie certezze. Catalogano la Luce come tenebra pur di non lasciarsi scompaginare il cuore. Se perfino il Signore ha provato il peso di questa distorsione, significa che l'incomprensione non è un segno di fallimento, ma una tappa del cammino umano.
Come uscirne? La via cristiana non passa mai per la contrapposizione o per la ricerca ossessiva di giustificarsi.
Con la libertà della verità interiore. San Francesco insegnava che «quanto l'uomo vale davanti a Dio, tanto vale e non di più». Le etichette degli altri sfiorano la superficie della nostra vita, ma non toccano il nome unico e irripetibile che Dio ha pronunciato su di noi. La nostra identità abita nello sguardo del Padre, non nel giudizio della piazza.
Con la fermezza della carità. Teresa di Lisieux ci ricorda che la risposta più autentica alle incomprensioni è continuare ad amare nel silenzio della quotidianità. Gesù non risponde all'accusa restituendo l'insulto, ma smascherando la logica del male con mitezza e verità.
Lasciando parlare i frutti. Come suggeriva il Cardinale Martini nel suo costante invito a discernere la realtà con profondità, i fatti hanno una voce più forte delle parole. Un albero si riconosce dai suoi frutti: continuare a seminare il bene, a guarire le ferite, ad aprire spazi di grazia è l'unica smentita davvero efficace alle etichette che ci vengono appiccicate.
Nessuno può impedire agli altri di giudicarci, ma possiamo impedire a quel giudizio di definire chi siamo. La libertà comincia quando smettiamo di specchiarci nelle attese o nei sospetti altrui e accettiamo di camminare, semplicemente, sotto lo sguardo custode di Dio.
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