La Parola: “A chi posso paragonare questa generazione? Essa è simile a quei fanciulli seduti sulle piazze che si rivolgono agli altri compagni e dicono: Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto”.
Il Commento.
E noi? Che generazione siamo oggi?
Siamo la generazione dell'anestesia emotiva e della distrazione permanente. Viviamo connessi con il mondo, ma spesso scollegati dal cuore. Se ci viene suonato il flauto della gioia pura — quella Pasquale, la grazia dell'ordinario — rispondiamo con il cinismo o la fretta: «Non abbiamo tempo per ballare». Se ci viene mostrato il lamento — il dolore dell'altro, le ferite della terra, la nostra stessa sete di infinito — voltiamo lo sguardo dall'altra parte per non piangere, rifugiandoci nell'illusione di bastare a noi stessi.
Come notava acutamente il Cardinale Martini, il rischio più grande del nostro tempo non è l'incredulità, ma la superficialità: l'incapacità di lasciarsi toccare sia dalla festa che dal lutto. Eppure...
Eppure Dio non smette di suonare e di cantare per noi.
Ecco perché siamo anche la generazione a cui è chiesto un grande coraggio: quello di disimparare l'indifferenza. La fede non è un'esibizione da piazza, ma un incontro che scompagina i piani. E' possibile vivere e non vivacchiare! Quando il Vangelo risuona non possiamo non danzare e alzare lo sguardo verso le cime.
Come scrive Dante nell'ultimo canto del Paradiso, l'amore divino è ciò che «move il sole e l'altre stelle».
Se questa generazione vuole ritrovare se stessa, deve solo smettere di fare da spettatrice. Deve ritrovare l'umiltà di piangere con chi piange e la contagiosa audacia di danzare quando la Grazia passa ad invitarci.
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