La Parola: “Ipocriti! Sapete giudicare l'aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo?”.
Il Commento.
Povera ipocrisia, bistrattata da tutti eppure insostituibile lubrificante degli ingranaggi umani! Viene da chiedersi come farebbe il mondo a non andare a pezzi senza questa nobilissima arte del mantello e della maschera. Se tutti ci dicessimo la verità pura e nuda, dalla prima colazione al Vespro, le guerre di religione sembrerebbero garbate conversazioni da salotto.
Sia speso allora un piccolo elogio a questo sottile inganno che tiene in piedi le nostre giornate.
La santità da cassetto: L’ipocrisia è la sola virtù che si può indossare come la cravatta della domenica. Non richiede conversioni del cuore, digiuni o notti in preghiera; basta una minima cura del guardaroba spirituale, un’espressione devota al momento giusto e il giogo diventa subito leggerissimo.
L’arte del semaforo verde: Sapere quando indignarsi per le pagliuzze negli occhi altrui senza mai inciampare nella propria trave è un’acrobazia degna del miglior circo. Ci regala il conforto impagabile di sentirci sempre dalla parte dei giusti, guardando il mondo dall'alto di un pulpito preso in affitto.
La doratura che protegge: Come le cappe di piombo dei dannati danteschi — lucenti fuori, pesantissime dentro — l'ipocrisia ci regala una splendida facciata barocca. Certo, sotto le travi marciscono, ma volete mettere l'effetto scenico per chi passa per strada?
Eppure, a guardarla bene con un sorriso, persino la maschera rivela qualcosa di profondo: è l'omaggio ambiguo che il vizio rende alla virtù. Se ci mascheriamo da buoni, è perché, sotto sotto, sappiamo che la bontà è una cosa bellissima, anche se costa troppo sforzo. Come ricordava con amabile ironia Papa Giovanni XXIII, capita spesso di prendersi troppo sul serio e di confondere la recita del proprio ruolo con il Vangelo.
La vera tragedia non è indossare una maschera per paura o per debolezza — la fragilità fa parte del nostro essere argilla — ma dimenticarsi di averla addosso, finendo per scambiare il copione teatrale per la vita vera. Alla fine, tra una recita e l'altra, la Grazia resta lì, ad aspettare pazientemente che ci stanchiamo del trucco da scena per restituirci il nostro vero volto.
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